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L’ultima riga dei romanzi polizieschi, in genere, serve a svelare il colpevole. In quelli di Mickey Spillane c’è una differenza: l’assassino, oltre che smascherato, dev’essere ammazzato. Ai suoi eroi non piace consegnare il cattivo nelle mani di una troppo astratta “giustizia federale”; di conseguenza, l’identità del malvagio viene rivelata nella penultima riga, dopodiché segue un accapo con l’immancabile esecuzione. Non a caso, il primo libro pubblicato da Mickey si chiama I, the Jury (in italiano è uscito con il titolo Ti ucciderò, 1947) e va a finire proprio così. Mike Hammer, l’investigatore per l’epoca più violento mai creato, si autoproclama tribunale, giuria e carnefice, e non c’è verso che, una volta messe le mani su chi ha ucciso il suo amico e commilitone Jack Williams (per giunta, invalido), non lo spedisca al Creatore con la stessa freddezza e mancanza di cerimonie. Tanta freddezza che l’omicida, tra gli spasimi dell’agonia, trova ancora la forza di meravigliarsi: “Mike… come hai potuto?”. Impugnando la pistola fumante, Hammer risponde con quella che è considerata una delle più ciniche chiusure della narrativa gialla: “È stato facile”.
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