ATLANTE MAGICO
Quinta tappa: Angkor (Cambogia)
 
 

                                              

 

Dopo Palenque, vi presento Angkor, un'altra capitale divorata dalla giungla. Mille anni fa, era la più grande città del mondo, con quasi un milione di abitanti, e ospitava il più vasto edificio sacro di ogni tempo, il maestoso tempio di Angkor-Vat. Poi, ci furono l'abbandono, sei secoli di decadenza e il recupero a cura

 

degli archeologi francesi. Io la vidi suggestivamente invasa dalla foresta rigogliosa della Cambogia, con le radici degli alberi che s'insinuavano nelle fessure tra grossi blocchi di pietra e che, crescendo, finivano con l'abbattere le rigogliose muraglie. Penetrai nei saloni umidi di muschio, dove stridevano centinaia di pipistrelli e dove la notte, mi dissero, trovava occasionalmente rifugio la regina della foresta, la tigre. Ammirai le ardite e armoniose cupole su cui si arrampicavano le scimmie. Mi emozionai davanti alle meravigliose sculture seminascoste dai rampicanti. Oggi, dopo più di trent'anni, e una serie interminabile di guerre, temo che ben poco resti ormai della meravigliosa capitale del regno Khmer. Gli Khmer erano un popolo guerriero.

 

Nel Decimo e Undicesimo secolo dopo Cristo, il loro regno si estendeva in gran pare dell'Asia sud-orientale. Angkor-Tom era la capitale: occupava un centinaio di chilometri quadrati ed era circondata da un'alta muraglia e da un fossato pieno d'acqua. La pianta della città era perfettamente quadrata, traversata da strade e canali rettilinei, con vasti serbatoi idrici al suo interno. Le porte d'accesso erano monumentali, per permettere il passaggio degli elefanti e degli eserciti trionfatori. In mezzo alla città, si erge ancora il tempio di Bayon, che per gli Khmer era il sacro centro del mondo: la grande cupola centrale è circondata da quarantacinque cupole più piccole, ciascuna delle quali forma alla sua sommità il fiore loto, ed è ornata sui lati da grandi volti di pietra dal caratteristico ed enigmatico sorriso. Sulle pareti delle gallerie ci sono splendidi bassorilievi: le Apsaras, ninfe della danza dal seno nudo e dalle movenze aggraziate, battaglie navali tra gli Khmer e i loro nemici, eserciti in marcia, cacce alla tigre nella foresta, scene della mitologia indù. Del palazzo reale, i cui piani superiori erano costruiti in legno dorato, rimane soltanto la parte inferiore, sufficiente tuttavia a dare un'idea della sua maestosità. Ai tempi dello splendore della civiltà Khmer, nei cortili del palazzo si svolgevano feste e balli di rara magnificenza, mentre nelle piazze e sui laghi artificiali di Angkor si organizzavano gare sportive, lotte di elefanti, combattimenti navali. Qualche miglio a sud di Angkor-Tom la vecchia, nucleo storico della capitale Khmer, si erge il più grande e splendido tempio del mondo: Angkor-Vat. È circondato da un fossato largo duecento metri e lungo sei chilometri, e, per giungere all'edificio principale, si percorre una strada in pietra, lunga trecentocinquanta metri. Le sue sette torri slanciate comunicano al visitatore un'impressione di musicale armonia. Le terrazze e le scalinate sono protette da evocative sculture di leoni e di "naga", gli dei-serpenti dalle sette teste, mentre una delle gallerie conserva il bassorilievo più grande del mondo, lungo seicento metri. Purtroppo, nel caos delle guerre che hanno insanguinato la Cambogia, anche la meravigliosa Angkor ha sofferto: molte delle antichissime sculture sono state rubate o distrutte. Quel magico luogo non sarà mai più lo stesso.

Sergio Bonelli

 



 




  Qui sopra: i templi di Angkor dal vero e due vignette di una storia di Martin Mystère ancora inedita, illustrata da Luisa Zancanella.  La caricatura di Sergio Bonelli è opera di Fabio Celoni.